domenica 19 novembre 2017

The War - Il pianeta delle scimmie recensione film

The War - Il pianeta delle scimmie recensione film
The War - Il pianeta delle scimmie

Titolo originale: War for the Planet of the Apes
Conosciuto anche come: Planet of the Apes 3
Nazione: U.S.A.
Anno: 2017
Genere: Azione, Avventura, Drammatico, Fantascienza
Durata: 140'
Regia: Matt Reeves
Sito ufficiale: 

Cast: Woody Harrelson, Sara Canning, Judy Greer, Andy Serkis, Steve Zahn, Ty Olsson, Aleks Paunovic, Max Lloyd-Jones, Amiah Miller, Alessandro Juliani
Produzione: Chernin Entertainment
Distribuzione: 20th Century Fox
Data di uscita: 13 Luglio 2017 (cinema)

L’ultimo della trilogia del pianeta delle scimmie come si evince dal titolo parla di guerra, la guerra vista da tutte le sfaccettature possibili inserite in un blockbuster d’autore di più di due ore realizzato attraverso una regia maniacale, ricordandosi sempre di essere un’opera comunque per il grande pubblico. 

Decisamente il migliore della trilogia, non solo perché si arriva alla risoluzione finale attraverso una consecutio di eventi dal retrogusto biblico, ma anche perché qui il regista è riuscito a realizzare un film ad ampio budget di valore artistico, dalla gestione visuale , degli attori, delle caratterizzazioni e della CGI, fino ad una struttura classica ( forse troppo? E forse troppo lunga?) della storia che chiude il cerchio in maniera congruente. 

La motion capture è molto probabilmente la migliore ad oggi, Serkis che impersona Cesare grazie alla CGI è ancora bravissimo e l’ambientazione prima umida e fredda poi nevosa è un piacere per gli occhi in ogni frame. Il plot segue sentieri sicuri e vie piuttosto intuibili, forse è uno dei difetti della pellicola insieme alla caratterizzazione degli umani un po’ stereotipata, interessante solo quella del Woody Harrelson alla Apocalypse Now, però bisogna dire che i cosiddetti villain finalmente hanno un perché d’esistere cosa che ci verrà espletata attraverso uno dialogo “spiegone” che ho comunque apprezzato data la valenza attoriale degli interlocutori. 

Insomma uno dei migliori blockbuster degli ultimi tempi, degno film di chiusura di una saga ben fatta e costruita da un regista che negli ultimi due episodi ha messo in chiaro il suo talento e ci fa sperare per un futuro dove anche i film ad alto budget possano ambire a qualcosa di più. Forse un po’ troppo lungo ma ottimo contenitore pieno d’avventura ed emozioni.
voto 7

sabato 18 novembre 2017

The square film recensione

The square film recensione
The Square

Titolo originale: The Square
Conosciuto anche come: 
Nazione: Svezia, Danimarca, U.S.A., Francia
Anno: 2017
Genere: Drammatico
Durata: 145'
Regia: Ruben Östlund
Sito ufficiale: www.curzonartificialeye.com/the-square

Cast: Claes Bang, Elisabeth Moss, Dominic West, Terry Notary, Christopher Læssø, Marina Schiptjenko, Linda Anborg, Emelie Beckius, Denise Wessman, Jan Lindwall, John Nordling
Produzione: Plattform Produktion, ARTE France Cinéma, Coproduction Office, Det Danske Filminstitut
Distribuzione: Teodora Film
Data di uscita: Cannes 2017 - Compétition
09 Novembre 2017 (cinema)


Vi fidate degli sconosciuti? Il politically correct è un bene o un male? Ostlund, regista svedese già algidamente perspicace e smaccatamente satirico con la sua penultima opera Forza Maggiore torna a mettere zizzania con la sua freddezza e calma scandinava. 

Attingendo un po’ dal maestro Roy Andersson ma ristrutturando un po’ la narrazione a passo lento, rivolto ad un grande pubblico ci regala un film densissimo, pieno di contenuti e di interrogativi sociali e di tipo umano anche divertendo alla stesso tempo. 

The square è un quadrato, all’interno del guadrato si ha fiducia ma bisogna scendere a patti con le convenzioni sociali, con il politically correct, con la “svedesità” per farla breve ( anche se loro il biscotto ce lo hanno servito qualche annetto fa agli Europei di calcio). Il regista riesce attraverso scene al limite del surreale a creare una storia che si muove su più piani anche se abbastanza semplice e che tocca in maniera parallela argomentazioni sul modo di intendere l’arte ed il modo di intendere la società, cose che se ci si pensa potrebbero andare a braccetto tranquillamente.

 Insomma un film premiato a Cannes dotato di una regia clinica, sprint surreali, scene memorabili e significative ( vedi “l’uomo orango”), più di due ore che non si sentono e che divertono stimolando il cervello, che volete di più?
voto 8

martedì 14 novembre 2017

It Comes at Night recensione film

It Comes at Night recensione film

It Comes at Night (2017)

Director:

 

Writer:

  (screenplay)

Ultimamente abbiamo avuto un’esplosione di post apocalittici drammatici a basso budget che tentano di descrivere le paure dell’ignoto e sacrifici biblici, qui siamo proiettati in un mondo “post peste(?)” nel circondario di una casa nel bosco seguendo inizialmente la routine di una famiglia uomo/donna/figlio. 

Il film ha uno stile tutto suo, esalta le ombre, i neri, il notturno, è anche coraggioso nei tempi drammatici a fuoco lento e nell’uso del non detto nonostante nella parte iniziale si abbia una grossa sensazione di Déjà vu. 

La storia è plausibile e cruda, si crogiola un po’ su se stessa abbassando troppo ritmi, aggiunge personaggi per strada e la regia gioca con l’aspect ratio ma non basta, la storia seppur quadrata è stata vista troppe volte. Tra una cosa e l’altra si arriva alla parte finale, di grande qualità e crudezza che dà anche spazio a diverse interpretazioni del nichilismo di fondo che bagna tutto il film. Poco horror ma tanta tensione psicologica. 

Malattia, paura, tradimento e fiducia sono le questioni messe sul piatto, forse troppo minimalismo per qualcosa che ormai è strabattuto in questo filone nonostante la buona qualità della messa in scena.
voto 6.5

sabato 11 novembre 2017

L'autista -Wheelman recensione film

L'autista -Wheelman recensione film

L'autista -Wheelman

2017 VM14 1h 22min
Con: Frank Grillo,Caitlin Carmichael,Garret Dillahunt

Regista: Jeremy Rush

Thriller compatto di produzione Netflix che fa della tensione la sua ragion d’essere. Il plot è ultrasemplice e lineare, un ex galeotto padre di famiglia arrotonda facendo l’autista per i criminali e si trova invischiato in una storia di rapine e guerra tra bande, tutto in una notte, tutto nella stessa città. 

La baseline s’ispira a grandi linee e da lontanissimo a film come Drive, ma ci troviamo di fronte a tutt’altro genere, un b movie anima e corpo che ha dalla sua una tensione riuscita dall’inizio alla fine, anche aiutata da una durata giustamente esigua. 

Come detto, il film è un’operazione di genere come tante e con i soliti cliché di sceneggiatura, quello che la rende particolare, oltre che la buona prova di F. Grillo ( sembra impersonare un personaggio simile a quello della saga The Purge ), è l’uso della regia claustrofobico raggiunto attraverso tutta una serie di riprese all’interno e fuori dell’abitacolo ma con la camera sempre imperniata sul veicolo. Il regista ce lo dice con la prima inquadratura e lo ribadisce poi che il fulcro di tutto è l’autoveicolo, la tensione si basa su concetti stereotipati ma monta bene grazie a trucchetti di script alla Locke e all’atmosfera di una megalopoli notturna quasi deserta e pericolosa.

 L’esperienza visiva e sonora è molto buona, le emozioni di tipo viscerale mancano un attimo di mordente però il film fa quel che promette e lo fa anche con un discreto stile. Approvato decisamente per una serata leggera all’insegna del thriller crime.
voto 7--

martedì 7 novembre 2017

1922 recensione film

1922 recensione film

1922

Director:

 

Writers:

  (novel),  (screenplay)

E’ l’anno di King, ma che dico il mese di King ( in Italia), e sembra che Netflix si sia comprata un bel pacchetto di diritti di questo scrittore. Sono uno che ha letto poche opere dell’autore americano, il famoso “Shining” non mi è piaciuto per niente, ma ho apprezzato i suoi racconti brevi o lunghi tipo “l’allievo”, una storia che ho amato. 1922 è tratto appunto da un racconto lungo, ambientato per la maggior parte nel 1922 nell’America rurale fatta di campi di granoturco, chiusura mentale e sacrifici. Fondamentalmente, il regista, che ho apprezzato per “These final hours” ( un preapocalittico umanista), ci sguazza bene nella tematica di fondo, tutto il plot è una sorta di descrizione molto cupa del rimorso attraverso personaggi un po’ stereotipati. 

La regia funziona per quanto riguarda l’atmosfera, sfrutta i campi di granturco, la campagna, le facce dei buoni attori, Thomas Jane forse alla sua prova migliore, però dà sempre la sensazione di aver allungato troppo il brodo infatti il ritmo ne risente nonostante la tematica sia ben congeniata, anche se raccontata in modo abbastanza ordinario. 

Ogni tanto ci sono scenette horror, messe lì per ricordarci che è una storia scritta dal maestro del terrore, il film ha dei sobbalzi ma si trascina, e si sente, almeno io ho avvertito una certa noia dato che già durante la sonnecchiosa parte centrale avevo più o meno capito dove si voleva andare a parare.

 In questi casi, secondo me, sono i dialoghi che dovrebbero far la differenza ma qui la scrittura è anch’essa base. Mi è sembrato un film con poco carattere e si aggiunge a quella schiera di film Netflix che alla fine della fiera possono essere etichettati anche come filmtv.
voto5+
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