venerdì 29 gennaio 2016

Il figlio di Saul recensione film

Il figlio di Saul recensione film

Il figlio di Saul
    Prima data di uscita11 giugno 2015 (Ungheria)
    Durata1h 47m

★★★★½
Parlando dell’Olocausto è un dato di fatto quello di mostrare i campi di concentramento come l’inferno sulla terra, è proprio qui che questo film riesce in toto donando un significato drammatico ed intenso all’osservazione dello stesso. Il regista Laszlo Nemes, usando tecniche che distanziano lo spettatore dalla scena che circonda il protagonista, aliena a confonde nonostante i codici visivi della Shoah siano stati ripresi più volte dal cinema del nostro tempo e talvolta anche abusandone.


La retorica è bandita dalla narrazione, gli espedienti costruiti ad hoc per la lacrimuccia facile non esistono, perché non si ha tempo, le atrocità sono fuori fuoco ma filtrate attraverso il protagonista e con lui verremo strattonati, intimoriti e redarguiti scena per scena nella confusione assurda quanto irreale.

I primi secondi di film sono esplicativi per capire l’approccio visivo che il regista ha voluto dare a quest’opera, aspetto fondamentale ai fini della riuscita, la prima scena è interamente sfocata, alberi sullo sfondo e cinguettio degli uccelli, vediamo un uomo che si avvicina fino a mostrarci il viso in primo piano perfettamente a fuoco, da lì la camera a mano non si staccherà da Saul Ausländer un ebreo che lavora come membro del Sonderkommando obbligato a collaborare con le SS nel processo di sterminio di altri ebrei deportati durante le operazioni di rimozione dei corpi dalle camere a gas e quelle successive di cremazione. Il suo movimento continuo ci introduce nel caos del campo di concentramento rendendoci partecipi del suo punto di vista, un ambiente che abbiamo visto più volte in altri film sul tema ma questa volta viene mostrato in maniera differente, tutto è scandito dall’organizzazione ferrea e non c’è tempo di lamentarsi o piangere, c’è caos, incomprensione, lingue diverse, tutti quegli elementi molte volte sempre lasciati all’immaginazione. Le atrocità che di solito lo spettatore vede chiaramente qui è costretto ad approssimarle perché fuori fuoco, fruendone in maniera personale. Lo spettatore è immerso ma deduce.


L’effetto di quanto detto è quello di mostrarci Saul totalmente sommerso ma isolato dal mondo che lo circonda, situazione paradossale che ritroveremo anche nella trama dove egli cercherà a tutti i costi di seppellire il corpo di forse suo figlio in un campo di concentramento, a pensarci bene praticamente impossibile. La deriva degli eventi è spesso difficile da seguire e ci sono situazioni che potevano essere spiegate meglio ma il viso di Géza Röhrig intenso ed alienato allo stesso tempo rimane a lungo nella mente dello spettatore anche dopo la fine dei titoli di coda. Potrebbe essere abbastanza angosciante per lo spettatore medio, ma è sicuramente un film che tutti dovrebbero vedere.

Pro: tecnica registica, montaggio,narrazione, messa in scena, idea di cinema, il protagonista
Traget: film sulla Shoah, dramma, film d’autore
Voto:9-


2 commenti:

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