giovedì 25 febbraio 2016

Carol film recensione

Carol film recensione
Carol
    Prima data di uscita20 novembre 2015 (Stati Uniti)
    Durata1h 58m



★★★★½
Adattamento dell’audace romanzo di Patricia Highsmith “The price of Salt” scritto ed ambientato nel 1952. Il film descrive il tortuoso percorso amoroso tra due donne rievocando il tabù dell’omosessualità in quegli anni imbastendo un eccellente connubio tra senso estetico ed emotività attraverso le magistrali prove delle attrici protagoniste Cate Blanchett e Rooney Mara ed infine riuscendo ad avvolgere lo spettatore in modo elegante ma mai troppo melenso.


Todd Haynes già avvezzo alla tematica questa volta ambienta il tutto in una New York che è diversa da quella che aveva descritto in “Lontano dal paradiso”, è cupa, nebbiosa, tante scene girate negli interni perfettamente ricostruiti. La sceneggiatura si basa su due pilastri, l’uno, elemento principale, è l’innamoramento concettualmente tra due donne diverse tra loro di età, d’estrazione sociale e di carattere, l’altro riguarda le difficoltà del rapporto in relazione alla società il quale è comunque  volutamente subordinato all’amour fou fulcro del film. Questa scelta di non voler premere l’acceleratore melodrammatico riguardo le difficoltà che una coppia di donne possa aver avuto all’epoca per rendere il rapporto pubblicamente accettabile rende il film completamente asservito alle emozioni  in modo relativamente trattenuto, in uno schema che gioca di sottrazioni basandosi su sguardi, gesti e piccole situazioni. In soldoni il regista cerca di descrivere in modo elegante un amore assoluto che non può far altro che assecondare i costumi dell’epoca.

Haynes attornia lo spettatore di elementi visivi d’ispirazione fotografica partendo da una ricerca artistica affidata a quadri, periodici e tutte le possibili fonti temporalmente genuine atte a descrivere l’atmosfera americana negli anni 50. Cappelli, vestiti, oggetti, anche le stesse movenze e portamenti delle donne e degli uomini del tempo sono perfettamente catturate ispirandosi anche ad altri film di stessa ambientazione temporale come ad esempio “La donna che visse due volte”. La cinematografia urbana è un riflesso della fotografia di Ernst Haas ed Helen Lewitt mentre le foto scattate da una delle protagoniste sono un evidente omaggio alla grande fotografa Vivian Maier. La regia è quasi perfetta anche grazie alle ottime musiche di supporto, la gestione asservisce la tecnica all’espressione, composizioni cinematiche studiate e metaforiche che permettono al film di creare un legame con lo spettatore non con i dialoghi, abbastanza scarni, ma attraverso il montaggio e particolari abilmente messi a fuoco da una gestione dal piglio artistico accattivante, molte le riprese su soggetti espressivi in movimento, soffermandosi sugli sguardi e sulle movenze,  o di riflesso su superfici trasparenti e riflettenti.

Attrici al meglio della forma, con un Rooney Mara che meriterebbe a mani basse l’Oscar come miglior attrice non protagonista, perfetta nel ruolo di un’ esile ed indecisa ma coraggiosa giovane degli anni 50. Film che non è esente da difetti ma che comunque rappresenta il meglio della resa del melodramma un genere nel quale è facile incorrere nei soliti cliché scadendo in sdolcinati sentimentalismi e piagnistei qui efficacemente bypassati da una grandiosa forma che incontra un ottima sostanza.

Pro: attrici, gestione visiva, narrazione, musiche
Contro: qualche avvenimento nella parte centrale del film poteva essere meglio inquadrato
Voto: 9

Target: melodramma, anni  50, queer cinema




4 commenti:

  1. Azzo, non mi aspettavo di conquistasse in questo modo. Mi è piaciuto, sì, ma sono tra chi lo reputa bello ma algido. Loro bravissime, colonna sonora da brividi, regia sopraffina. Però... però io gradisco più gli arrovellamenti di fegato, di mio, e questo amore omosessuale - bello perché speranzoso - non ha fatto breccia. Giusto la Mara non mi ha fatto impazzire, ma era il ruolo da ingenua fanciulla/pesce lesso. :)

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    1. già da come erano impostati i primi minuti avevo capito che il regista sapeva il fatto suo e il film non sarebbe stato banale, poi sono un estimatore della fotografia di quel tempo soprattutto di Vivian Maier e allora sono impazzito. Alla fine non l'ho trovato algido , semplicemente il regista non ha scelto la verbosità, ma gli sguardi e la intensità delle espressioni...poi ha un finale attorialmente e registicamente perfetto...

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  2. Anche io sono stupito di tanto coinvolgimento, ma forse nemmeno troppo, è un gran bel film, ne hai descritto bene tutti i punti positivi ;-) Cheers!

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    1. ed il melodramma è pure il genere che meno mi attira...

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