martedì 16 febbraio 2016

the hateful eight recensione film

the hateful eight recensione film
The Hateful Eight
    Prima data di uscita7 dicembre 2015 (Los Angeles)
    Durata3h 7m
    Kurt Russell (John Ruth)
    Kurt Russell
    John Ruth
    Samuel L. Jackson (Maggiore Marquis Warren)
    Samuel L. Jackson
    Maggiore Marquis Warren
    Jennifer Jason Leigh (Daisy Domergue)
    Jennifer Jason Leigh
    Daisy Domergue
    Tim Roth (Oswald Mobray)
    Tim Roth
    Oswald Mobray



★★★½

Bentornati sul pianeta Tarantino, un mondo che gira autonomamente composto da un mélange cinematografico fatto da dialoghi fuorvianti, violenza cartoonesca e narrazione labirintica su più piani temporali e direzioni. Questi sono gli elementi classici della zuppa tarantiniana, qui ripresi in maniera cruda ma dal cuore cinefilo, senza compromessi e senza venire incontro allo spettatore.

La narrazione è costruita per bruciare lentamente ma si accende sovente grazie alla vivacità dei personaggi e alle situazioni di tensione perfettamente gestite. Per questo secondo western fortemente voluto dal regista di Knoxville  si sono spesi  65 milioni di dollari, abbastanza poco considerando i film prodotti da Kill Bill in poi, tutti spesi per un super cast dato che il film è ambientato per la maggior parte del tempo in una diligenza e in un grande emporio. La premessa della trama è abbastanza semplice ma di quelle semplicità che possono portare solo complicazioni, un cacciatore di taglie John Ruth impersonato da un tostissimo Kurt Russel e la sua prigioniera Daisy Domergue, una lercissima Jennifer Jeson Leigh nominata all’Oscar, si rifugiano dalla bufera nell’emporio di Minnie un grande monolocale un po’ ostello di passaggio e un po’ bazar in mezzo alle montagne, qui si ritroveranno a faccia a faccia con un bel gruppetto di uomini poco raccomandabili.

Il parco attori è veramente di qualità, si va dai già citati Russel e Leigh, fino al feticcio tarantiniano Samuel L. Jackson anch’esso cacciatore di taglie cazzuto, lo sceriffo sbarazzino Walton Goggins, Tim Roth in un ruolo che sembra fatto apposta per C. Waltz, l’imbolsito forse giù di tono Michael Madsen e il sempre ottimo Bruce Dern. Senza rivelare troppo il film approccia una struttura che è simile al capolavoro carpenteriano “La cosa” e a “10 piccoli indiani”, è un giallo whodunit con elementi ultragrotteschi. Lo script è denso di ripetizioni di giochi di parole, a molti potrà apparire lento, prolisso, appiccicoso ed ad altri, soprattutto ai fan medi del regista, gustoso di dettagli.

 La prima parte di film potrebbe essere considerata volutamente sgradevole, eccessivamente solcata da scambi verbali di poco conto, effettivamente lo spettatore sente questo peso, un peso che non aveva sentito mai durante la visione di un Tarantino, però la storia cambia nella seconda parte dove la voglia di giocherellare con lo spettatore diventa un esplosione di trademark. Lo script, forse questa volta con qualche buchetto di sceneggiatura verso il finale qui e là, ci rimpinza di politica figurativamente e materialmente, cosa abbastanza rara nella filmografia del regista americano, le dinamiche all’interno dell’emporio non rappresentano solo la realtà del momento ma anche l’assetto geopolitico dell’epoca, questo per far capire comunque la minuziosa ricostruzione non solo dell’ambiente ma anche della storia all’interno dei dialoghi e racconti che i protagonisti si scambiano.
Fotografia aiutata dal panoramico 70mm eccellente negli esterni e interessante negli interni grazie ad un uso delle luci sempre pertinenti ed enfatizzanti, macchina da presa gestita ad hoc in ogni evenienza sfruttando anche più volte il cambio di fuoco piuttosto che il campo contro campo e dando la sensazione di spazio giusta all’interno dell’emporio senza spezzare i tesi dialoghi. Musica di Morricone non eccezionale come si dice, ma sicuramente un paio di pezzi difficili da dimenticare a fine visione.

 Opera che ricorda “Le Iene” nella dinamica, quindi un ritorno alle origini si direbbe, eppure c’è qualcosa  in gestazione nella filmografia di quest’autore che sta rendendo il suo cinema più maturo, una maturità forse troppo in contrasto con il suo modo di fare classico, ovvero il caro vecchio pulp che in un modo o nell’altro viene sempre fuori dando un po’ di colore al tutto.

Pro: gestione visiva, attori, script, dialoghi, ambientazione, cura cinematografica
Contro: forse la prima parte sfida troppo la pazienza dello spettatore tirando per le lunghe una narrazione già di per se lenta e crogiolandosi nella ripetizione, qualche buchetto verso il finale nella fase più confusa
Voto: 7.5

Target: western pulp, giallo da risolvere


4 commenti:

  1. Ormai Tarantino ha raggiunto la sua cifra stilistica e riesce ogni volta a confermare la sua bravura.

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    1. secondo me sta cambiando di molto, non in peggio ne in meglio, però preferivo maggiormente la sua freschezza iniziale, ma credo siano gusti...

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  2. Sono stato molto più positivo di te! Secondo me, più che cambiamenti nel suo stile, si sta smarcando un po' dal gioco di citazioni e rimandi che ha sempre adorato e sfruttato nei film precedenti

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    1. questo non l'ho scritto ma effettivamente è vero :-) ...

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